All’improvviso la coscienza

 in DIRE, Storie vere
Avevo 29 anni nel settembre del 2004, quando iniziò quel mio calvario che aveva un nome ben preciso: leucemia. Capii subito che si trattava di una malattia alla quale bisognava dare del ‘lei’, perché la malattia ti cambia la vita, ti coinvolge completamente. Ti mette alla prova in tutto e per tutto, dal fisico alla mente. La
battaglia psicologica è talvolta la peggiore, perché non è semplice ritrovarsi – da un giorno all’altro – privati di tutto ciò che eravamo prima, umiliati nel fisico, sconvolti nella mente. E per la prima volta, nella vita, mi trovai faccia a faccia con la morte. Non è una banalità affermare che è proprio in quei momenti che si capisce quanto fosse importante, prima, anche la più scontata delle cose, anche il semplice poter decidere che cosa fare il giorno dopo. I fatti tristi, quelli che succedonoogni giorno, le disgrazie, le malattie che uccidono persone e distruggono famiglie non sono accadimenti che riguardano soltanto gli altri: più spesso di quanto s’immagini capita proprio a noi, oppure a una persona alla quale vogliamo bene. Quando mi ricoverarono stavo molto male, avvertivo che c’era qualcosa che mi stava distruggendo, ma ancora non sapevo da quale male fossi affetto. Mi sistemarono in ematologia. Che cos’era quel luogo? Dov’ero finito? Cosa stava succedendo? Tanta confusione, la mia incapacità di comprendere e, poi, la sentenza… Il viceprimario, che non riuscivo a guardare negli occhi, una dopo l’altra scandiva parole del tipo “il suo midollo non funziona più… la sua ‘fabbrica del sangue’ è malata… è come se fosse impazzita…”. Stava parlando proprio di me? Realizzai d’avere un tumore e tradussi le parole del medico sotto lo sguardo impietrito di mio padre, che a pochi metri da me aveva sentito tutto.
Tumore? Dall’alto della mia ignoranza, immaginai uno stuolo di persone pronte a infierire su di me attraverso un accanimento terapeutico che non avrebbe portato ad alcun esito positivo. Non si guarisce da un tumore!  ai, o quasi mai… Era questo che credevo, perché questo avevo riscontrato nelle persone malate. Una abitava vicino a me: ricordo il suo pallore, la bandana per nascondere la testa pelata, i problematici effetti delle terapie e alla fine… la fine.

C’è un tempo per ogni cosa…
In reparto, però, mi fecero ben presto cambiare idea: scoprii che, in realtà, si poteva guarire. Valeva la pena provarci, dunque, non solo per me stesso ma anche – e soprattutto – per la mia famiglia e per le persone che mi avrebbero sempre voluto bene. Fu questo pensiero a darmi una forza incredibile, una forza che nemmeno immaginavo d’avere. Per me si era aperto un nuovo mondo, popolato di gente capace di offrire umanità e affetto. E così la malattia che tanto mi aveva tolto, tanto mi stava comunque dando.
È attraverso questo percorso che ho imparato a conoscere meglio me stesso, i miei limiti, a capire e rispettare la malattia. Ho capito di poter sempre contare sulla mia famiglia: certo, questo l’avevo
sempre saputo, ma non credevo potesse arrivare a tanto. Ho ricevuto dimostrazioni d’affetto da parte
di molte persone, amici e non solo. Ho toccato con mano la sofferenza e, adesso, capisco meglio l’altra faccia del quotidiano, che non contempla egoismo, odio, razzismo, smania di successo… ma, al contrario, altruismo, generosità, solidarietà, stima reciproca.
Durante le degenze ho conosciuto persone stupende, a cominciare dai compagni di stanza. Ognuno diverso, ognuno con una vita da raccontare. Persone con le quali ho condiviso ansie, paure, sofferenze, ma dalle quali ho anche acquisito importanti lezioni di vita, coraggio, tenacia, forza di volontà. Voglia di vivere sempre e comunque. Diversi di loro non ci sono più, ma con quanto coraggio hanno affrontato persino l’ultimo dei loro giorni! Un coraggio che, però, molte volte da solo non basta. Già, il tempo mi ha insegnato che i fattori principali per farcela sono tre: la fortuna, l’età e la volontà. In ordine d’importanza. E quando viene a mancare uno dei tre, tutto si complica.

… e un solo donatore per ognuno
Mi ritengo fortunato. Fortunato perché sono giovane e, di conseguenza, forte. Ma fortunato soprattutto perché, in tempi brevissimi, ho trovato un donatore di midollo osseo compatibile che mi ha permesso di rispettare le scadenze terapeutiche e di non infierire troppo sul mio corpo, già stanco e provato. Purtroppo, però, ci sono persone che non hanno avuto la mia stessa fortuna. In particolare, non potrò mai dimenticare Pierrot, 25 anni, un ragazzo come me, anzi più giovane di me, con il quale ho condiviso per un periodo stanza e pensieri. Il donatore per lui è stato trovato quando ormai era troppo tardi, quando il suo
corpo non aveva più la forza di reagire.
Ognuno di noi dovrebbe impegnarsi perché per nessun’altro, per tanti altri ragazzi come Pierrot, non fosse mai troppo tardi. Non fosse la fine. E se io potessi ancora farlo, sarei entusiasta all’idea di avere la possibilità di salvare una vita. Un medico, un giorno, mi disse: “È straordinario pensare che, magari dall’altra parte del mondo, ognuno di noi ha un solo e unico fratello, del quale ignora l’esistenza”.
Io, oggi, sono in pace con me stesso come probabilmente non lo sono mai stato. Sì, forse sono ancora un po’ scassato, ma felice. Ho trovato anche l’amore e, malgrado tutto, la vita mi sorride. Se sono ritornato a stare bene lo devo a chi mi ha curato, a chi mi ha sostenuto, a chi mi è stato vicino e ha sofferto con me. Ma lo devo principalmente al gesto di una persona che nemmeno conosco.

Claudio Tait

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