Mi fido per fede

 in DIRE, Storie vere
Sono originario di Pozzoleone, nel vicentino, e da tre anni faccio esperienza pastorale a Breganze, in Seminario, dove sto frequentando il sesto anno di teologia. Ciò di cui desidero parlarvi è la malattia che mi ha colpito. Voglio parlarvi della mia croce. “Ognuno prenda la sua croce e mi segua”. È una frase che si sente spesso sulla bocca della gente. Sottintende però uno stile di vita da esprimere più facilmente con le parole, che non da accettare e vivere profondamente, qualsiasi cosa capiti nella vita. Anch’io, quando tutto andava bene, ripetevo questa frase e avevo deciso di viverla. Perché quando si è giovani, forti, quando l’entusiasmo è addirittura esplosivo, la croce da portare sembra molto piccola e non spaventa. Ma il giorno in cui mi è stata diagnosticata una leucemia grave, sembrava che tutto il mondo mi fosse caduto addosso e la croce, che prima portavo sulle spalle agevolmente, mi stava schiacciando. Non sapevo più che cosa fare.
Tutti i miei sogni, tutti gli ideali in cui credevo – tipici di un giovane di 19 anni come tanti che pensa in grande – sono svaniti in un solo istante. Io che avevo una passione infinita per il calcio, che ogni sabato giocavo la mia partita nella squadra del Pozzoleone, come potevo pensare che la mia vita improvvisamente finisse? Avevo da poco acquistato una mountain bike, perché l’altra mia potente passione era correre in bicicletta… dovevo appenderla al chiodo?
Durante il colloquio, il primario mi disse: “Stefano, la leucemia è una malattia che prevede lunghi tempi di cura. Tu, quindi, a cominciare da oggi lascia da parte i tuoi progetti e apri una parentesi nella tua vita, mettendoti in disparte e pensando soltanto a lottare giorno per giorno”.
Questa croce, in quel preciso momento, mi faceva veramente paura. Avevo solo voglia di scappare. Ma come potevo? Chi poteva aiutarmi? Quel Gesù che prima sentivo vicino, quel Gesù chea vevo deciso di ascoltare e al quale avevo promesso di portare qualsiasi croce pur di seguirlo, mi sembrava già lontano. E le sue parole estranee alla mia vita (ma forse perché, prima, non lo conoscevo abbastanza e il seguirlo era solo un buon proposito generato dal mio entusiasmo, che si basava unicamente sulle mie forze più che sul fidarmi davvero di Lui). Ero impotente di fronte alla malattia. “Prendi la tua croce”: sì, Signore, ma come faccio? È impossibile portare un simile peso per la mia età!
Cominciarono le chemioterapie. E iniziarono subito i primi sintomi di ribellione del mio corpo (quasi a dire che anche l’organismo faceva fatica ad accettare questa situazione): la febbre, mia instancabile compagna di viaggio, i dolori allo stomaco, la perdita dei capelli, la stanchezza, le intolleranze ai farmaci-veleno che m’iniettavano, le difese immunitarie che progressivamente venivano distrutte fino a essere annientate completamente.
Era soltanto l’esordio della lunga battaglia contro la malattia per cercare di salvare la vita, quel dono prezioso che il Signore mi ha dato. La cosa più difficile da accettare non era tanto il dolore fisico, quanto piuttosto quel me stesso così diverso da prima e da come volevo essere. Poi, un altro colpo duro: il progressivo isolamento dagli altri. Le mie povere difese immunitarie non mi permettevano di vedere tante persone e, con le poche che incontravo, dovevo stare attento a non baciarle, a non stringere loro la mano. Dovevo tenere una sorta di distanza di sicurezza. Cominciavo quasi ad avere paura di chiunque, temevo di beccarmi qualche malanno. Proprio io? Io che avevo deciso di servire il Signore donando la mia vita agli altri?
Sono stati giorni, settimane, anni difficili. Ma in questo lungo periodo ho capito una cosa: il male peggiore è sentirsi soli, affrontare tutto questo calvario da soli. Per fortuna, ho avuto alcune persone a me molto care che mi hanno accompagnato durante tutta la malattia, tante persone che pregavano per me: primi, fra tutte, i miei amici del Seminario. E avevo la mia piccola fede. Durante il giorno, quando le forze me lo permettevano, pregavo il Signore che mi facesse guarire al più presto, che mi togliesse questa croce che ormai non sopportavo più. Invece, non vedevo miglioramenti. Passavo da un ciclo a un altro di chemioterapia, poi… dopo tante tribolazione i medici mi dissero che il trapianto di midollo osseo era l’ultima sponda per sperare di guarire.
Ci furono cinquanta giorni di camera sterile: potevo vedere solo gli occhi delle persone che entravano nella mia stanza, perché tra camici, mascherine, copricapo, copriscarpe e guanti, erano l’unica fessura visibile. L’organismo, dal canto suo, si ribellava al nuovo inquilino – il midollo osseo – con il rigetto, con nuove difficoltà e un numero infinito di medicine da assumere. E, ancora una volta, riemergevano i perché di questa croce che mi sembrava troppo pesante. “Perché Signore mi hai abbandonato? Perché Signore non ascolti la mia preghiera?”. Pian piano, giorno dopo giorno… Insomma, ormai sono passati cinque anni dal trapianto.  sono stati momenti duri, anche per la mia fede, ma alla fine ho capito che Lui non mi ha mai abbandonato. Anzi…
Colui che da sempre cercavo, in questa esperienza mi si è fatto vicino di sua spontanea volontà. Mi ha preso per mano e mi ha sorretto. Proprio nella malattia, l’amore di Dio si è fatto concreto: era nell’infermiere che passava a darmi le medicine, era in don Francesco quando mi veniva a trovare, era nelle tante persone ammalate con le quali condividevo le sofferenze, le piccole gioie e le speranze. Dio non mi aveva abbandonato, ma era così vicino che non riuscivo a vederlo. Questa è stata per me l’utilità della croce: incontrare Cristo e vivere, proprio attraverso la croce, un’esperienza che non potevo fare in altro modo se non in questo! La malattia ha segnato profondamente la mia vita. Non la voglio né scacciare né dimenticare, però, perché l’uomo che sono ora è anche il risultato di questa esperienza di dolore, che mi ha fatto veramente incontrare Dio.
È vero: non potrò più giocare a pallone, non potrò più correre in bicicletta, non sarò più come volevo essere prima, ma Gesù non mi ha privato del suo amore. Anzi, lo ha triplicato e mi ha permesso di amare tanta gente nonostante i miei acciacchi fisici (da due anni, a causa delle cure e dei farmaci che prendo, faccio fatica anche a camminare). Ho continuato il mio cammino di ricerca in Seminario e se il Signore mi vuole prete così come sono, lo desidero e lo accetto con gioia. D’altronde, ce lo ha insegnato Lui che da ogni croce accettata e portata sulle spalle c’è la salvezza. Con fiducia io mi abbandono al Signore e ogni altra croce che mi capiterà nella vita, cercherò di portarla sapendo che del peso più grande se n’è già fatto carico Gesù, facendosi carico di tutte le nostre croci sulle sue spalle.
Io mi fi do di Gesù. E voi?
don Stefano
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