Testimonianza di Stefano

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Chi è, in breve, Stefano?

Un ragazzo di 28 anni solare che ama la vita e la natura. Fino all’estate del 2014 era un ragazzo sportivo, dinamico, curioso di provare nuove attività fisiche e determinato nel portarle a termine.

Nel luglio 2014 mi è stata diagnosticata la leucemia mieloide acuta: una terribile malattia del sangue che ha cambiato la mia vita costringendomi a fermarmi e a combatterla. Ora che ho vinto la mia battaglia cerco di condurre una vita normale: non voglio lasciarmi abbattere dai problemi di salute che ancora affronto. Consapevole che non potrò più fare quello che facevo prima, ho deciso di dedicarmi ad ADMO e all’associazione calcistica con la quale giocavo un tempo, per aiutare quante più persone possibili ed incoraggiarle a credere sempre nei loro obiettivi.

Come sei venuto a contatto con ADMO?

Poco dopo le mie dimissioni dal ricovero ospedaliero alcuni volontari ADMO mi hanno contattato per informarsi sulle mie condizioni fisiche: sapevano della mia lotta contro la leucemia e del trapianto di midollo osseo senza il quale oggi non sarei qui.

In realtà però, il mio primo contatto con ADMO è stato indiretto perché per continuare a vivere necessitavo di un donatore compatibile iscritto nel registro dei donatori di midollo osseo.

Mi vergogno un po’ per non essermi mai informato prima sull’importanza di diventare donatore e sul lavoro svolto dai volontari ADMO:  ne sono venuto a conoscenza nel momento del bisogno ed ora mi impegno affinché più persone possibili non compiano il mio stesso errore ma vengano correttamente informate sulla possibilità di salvare una vita con un gesto semplice ma allo stesso tempo grandioso.

Quali sono per te le cose importanti della vita?

La salute innanzitutto: la malattia e la lunga permanenza in una camera sterile isolato da tutto e da tutti mi hanno fatto capire che la cosa più importante è stare bene.  In quei mesi ho perso pezzi della mia vita, bloccato e in parte distrutto i miei progetti per il futuro. Pensare al passato, a come ero prima, mi fa stare male, ed è per questo che ora cerco di vivere al meglio il presente per ricostruire la mia esistenza giorno per giorno.

La famiglia è importante, i miei genitori, mio fratello e sua moglie mi sono sempre stati accanto: con loro ho sofferto e gioito, ho sorriso grazie alle loro parole e insieme abbiamo capito cos’è la vera felicità.

Qualcuno mi ha detto che a salvarmi è stata anche la mia pazzia: forse è vero ci vuole un pizzico di follia per sorridere sempre e cercare di godersi ogni istante.

Tu hai avuto un trapianto…ci racconti la tua esperienza?

Nell’estate del 2014, nonostante mi sentissi in ottima forma fisica, decisi di fare delle semplici analisi del sangue e partii per le ferie. Il giorno seguente fui contattato dal reparto di ematologia di Trento perché avevo un valore dei globuli bianchi altissimi. Rientrai urgentemente per delle analisi più approfondite. Il medico del reparto di Ematologia mi convocò nel suo studio insieme ai miei genitori e mi lesse la diagnosi: leucemia mieloide acuta. Seguì un lungo silenzio, nessuno di noi fece le tante domande che aveva in testa.

Mi fu inserito un catetere venoso centrale all’altezza del cuore necessario per le chemioterapie e feci il mio ingresso nel reparto di ematologia di Trento. Scoprii che oltre ad essere bello, pulito e con sottofondo musicale, è un reparto chiuso al quale è consentito l’accesso dall’esterno solamente uno alla volta e dopo aver suonato un campanello.

Non sapevo cosa fosse un ricovero ospedaliero e cosa mi aspettasse: pensavo che in 2-3 settimane me la sarei cavata e sarei tornato alla vita di prima. Sbagliavo.

Data l’aggressività della malattia, cominciai subito con il primo ciclo di chemioterapia e fui spostato in una camera sterile. Era una stanza piccola con un letto, un tavolino e una televisione.  Persi tutti i capelli e forse inconsciamente iniziai a perdere anche i miei sogni per il futuro.

Confesso che essere isolato da tutto e da tutti è stato più devastante delle terapie alle quali sono stato sottoposto.

Giorni lunghi, interminabili, segnati dall’estrema debolezza che con il passare del tempo si sono trasformati in mesi. Chiuso nella mia stanza potevo vedere i miei genitori solo per pochi minuti al giorno: dovevano rimanere ad una distanza di due metri ed indossare mascherina, cuffia e camice. L’unica parte visibile del corpo rimanevano gli occhi e con quelli comunicavamo più che con le parole.

Ricordo giornate intere a contare le piastrelle, altre a leggere un libro, altre ancora a fare un puzzle quando ne avevo le forze. Non avevo nessuno con cui parlare a parte gli infermieri, ma purtroppo loro entravano solo se costretti in modo da preservare la sterilità della stanza.

Il primo ciclo di chemioterapia si rivelò insufficiente e i medici decisero di intervenire tempestivamente col secondo ciclo molto più forte del primo.

Mi sentivo solo, avevo bisogno di persone con cui parlare e così, prendendo spunto da un vecchio film, iniziai a farmi dei nuovi amici: Wilson era il palo di supporto delle flebo, e Doretta, il tubicino del catetere venoso centrale che usciva dal mio petto. Loro erano sempre con me.

Il  secondo ciclo di chemioterapia si rivelò insufficiente per combattere il tumore. L’unica speranza che mi rimaneva di sopravvivere era trovare un donatore compatibile per un trapianto di midollo osseo, ma serviva presto anzi prestissimo: i medici mi avevano dato solo due mesi di vita.

Il mio futuro dipendeva, quindi, da una persona che viveva in chissà quale parte del mondo e che speravo fosse iscritta al registro dei donatori e accettasse di donarmi una nuova vita. Straordinariamente, dopo un mese e mezzo di ricerche, riuscirono a trovare il mio donatore.

Fui trasferito al reparto di Ematologia di Bolzano per l’ultimo ciclo di chemioterapia che doveva distruggere definitivamente il mio midollo osseo così da poter ricevere quello del mio donatore. Il 7 novembre 2014, stremato e al limite delle forze, vidi entrare in camera un angelo che aveva in mano l’unica mia speranza di sopravvivenza. Nelle 2 ore successive non staccai lo sguardo da quella sacca rossa perché volevo vedere ogni goccia della mia nuova vita entrare nel mio corpo. Non ho molti ricordi dei giorni successivi al trapianto; le mucose cominciarono a staccarsi sia in bocca che in tutto il corpo, e il dolore mi costringeva ad assumere alti dosi di morfina. Solo un mese e mezzo più tardi quando cominciai a nutrirmi da solo potei tornare a casa anche se sempre sotto stretta sorveglianza e quindi ancora in isolamento.

Ti capita di pensare alla persona che ha donato per te?

Ogni giorno. A lui devo ogni singolo momento dalla mia rinascita, ogni cosa che ora riesco a fare. Lo ringrazio per ogni piccolo traguardo quotidiano, dalla semplice passeggiata al raggiungimento di una vetta in montagna. E’ parte di me.

Cosa diresti ai giovani per far loro comprendere l’importanza di diventare potenziali donatori?

Diventare potenziale donatore vuol dire essere speranza di vita per qualcuno meno fortunato. Un donatore è l’unica possibilità di sopravvivenza per chi lotta contro una malattia del sangue quando le cure mediche non bastano più. Esistono reparti di ospedali sconosciuti a molti, dove le persone vivono ogni istante nella speranza di trovare un donatore compatibile. Vuoi illuminare le giornate di qualcuno? Vuoi far tornare il sorriso in un reparto? Iscriviti al registro dei donatori di midollo osseo.

Ringraziamenti

Il primo fra tutti i ringraziamenti va sicuramente al donatore che mi ha permesso di rinascere. Ringrazio la mia famiglia che mi è stata sempre accanto, credendo in me e supportandomi nei momenti più difficili.

Ringrazio di cuore tutti “i miei angeli “ del reparto di Ematologia di Trento che mi hanno accolto fin dal primo giorno come in una grande famiglia, mi hanno coccolato e mi hanno fatto sentire protetto avvicinandosi con un sorriso alla mia sofferenza.

Ringrazio tutto lo staff dell’ospedale di Bolzano per avermi aiutato a rinascere e per continuare a seguirmi nel mio cammino.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno conosciuto attraverso la malattia perché ognuno ha contribuito a quello che sono ora.

Ringrazio ADMO, i i suoi volontari, che si impegnano ogni giorno per tenere attivo un registro che dona speranze di vita.

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